Sed Non Satiata

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The truth about TV vs. books.

intervistato:

Vi riproponiamo @_arianna Ciccone, in 7 minuti.

Arianna è giornalista, nonché ideatrice e fondatrice del festival internazionale del giornalismo  di Perugia, che quest’anno si terrà dal 25 al 29 aprile. Su twitter esiste un account del festival, @journalismfest e un hashtag ufficiale per seguire gli aggiornamenti, ed è #ijf12

Uno dei temi principali che abbiamo affrontato in questa intervista che andiamo a riproporvi è stato quello dell’utilizzo dei social media e della loro integrazione con il giornalismo “tradizionale”, realtà che ormai si configura come un’importante opportunità di mutuo arricchimento.

Come sempre linkiamo anche il post con la video intervista integrale su cui potete trovare un sacco di altre informazioni.

Buona visione!

intervistato:

Per seguire gli oscar su twitter e non solo ecco alcune risorse:

L’hashtag è #oscars, mentre l’account ufficiale dell’Accademy è @theaccademy

Parecchie risorse le trovate sul sito http://oscar.go.com/, tra cui un twitter wall tutto dedicato che è questo

Lo streaming di Associated…

intervistato:

Vi riproponiamo @gluca (Gianluca Diegoli), in 7 minuti.

Questa sera siamo andati a ripescare l’intervista che avevamo fatto a Gianluca Diegoli, esperto di marketing e autore del famoso blog [mini]marketing.it.

Durante questa chiacchierata Gianluca ci aveva spiegato che cos’è l’unmarketing, quali sono gli errori più comuni che le aziende compiono e le strategie di utilizzo dei nuovi strumenti per aumentare la produttività dei dipendenti. 

Qui trovate il post che accompagnava il video, dove potete anche trovare la video intervista nella sua versione integrale. Come sempre i commenti sono sempre bene accetti. Buona visione!

intervistato:

Con questo post Intervistato.com sbarca qui su Tumblr. Cosa è Intervistato.com? E’ un sito che propone interviste (ma non solo) realizzate in crowdsourcing, dove l’intervistato e le domande sono proposti dagli utenti. Diffondere la conoscenza partendo dal basso significa…

Thomas Quasthoff - “Der Leiermann”, Winterreise, Franz Schubert

Natalie Dessay, Bach Cantatas recording session, Aria “Ich habe genug”

Non ho molto da aggiungere.

Jeanne Moreau, Ascenseur pour l’échafaud (Louis Malle, 1957)

Credo che il nostro sia un lavoro meraviglioso e creativo. Personalmente non lo cambierei con nessun’altro. Questo lavoro tratta di materiale vivente diversamente dallo scultore, o dall’artista o dall’attore. Un regista teatrale o un produttore cinematografico deve lavorare con marionette o con attori addestrati invece che con persone viventi. Persino lo “psicodramma” si basa sulla recitazione, sulla rappresentazione dei ruoli, e non sulla vita stessa, come nel nostro lavoro. Ho scoperto che il mio notevole interesse per il teatro è diminuito un po’ giacché, in diversi modi, una rappresentazione teatrale, a meno che non sia di primo livello, viene a perdere in paragone al dramma della realtà che ho di fronte. Non dobbiamo, come Prometeo, plasmare gli uomini a nostra immagine, bensì nella loro, per aiutarli, come ha detto Nietzsche, a divenire quelli che sono. Le loro personalità emergono per proprio conto. La metodologia non deve essere una camicia di forza: benché le sue radici e i suoi principi debbano essere compresi e rispettati, ciascun terapeuta ha il proprio stile.
S. H. Foulkes, “La psicoterapia gruppoanalitica”

A Pie For Mikey, probabilmente una delle più toccanti lezioni di umanità da parte della comunità di food blogger americani.

A religious mission, if you will, not giving in to easy traps. The easiest of all is Power. Because Power corrupts, Power engulfs you, Power pulls you inside of it! Do you understand? If you stand next to a presidential candidate during a campaign, if you go to dinner with him and talk with him you become his henchman, right? One of his operators. I’ve never liked it. My instinct has always been to stay away from it. Really stay away, while today I see many young people that enjoy, that flourish at the idea of being near Power, having a close relationship with Power, sleeping with Power, going to dinner with Power, to achieve prestige, glory, maybe information. I’ve never done that. You can call it a form of morality. I’ve always had this sense of pride that made me stand right in front of Power, look at it in the eye and flip it off. I opened the door, I put a foot in, I entered, but when I was in its room, instead of pleasing it I controlled what was wrong, I asked questions. This is journalism.
Tiziano Terzani
La meglio gioventù

Tra ieri e oggi ho visto tutte e sei le lunghe ore di un meraviglioso film italiano il cui titolo campeggia come titolo di questo post. L’ho guardato con l’ammirato stupore di chi vede un mondo possibile e sconosciuto, di un’Italia che spiega questa Italia. Ho visto pezzi di storia e pezzi di vita intrecciarsi, svolgersi e precipitare in un modo che non conoscevo. Né avrei avuto modo di conoscerlo. 

Quel che io ho sperimentato è stato un mondo molto diverso, appena uscito da un lungo periodo di schiavitù e dittatura, un mondo ansioso di riscattarsi e vendicarsi. Sono figlia della rivoluzione, sono nata nell’89. Non ho visto la parte peggiore, ma solo il progressivo e inesorabile percorso verso l’americanizzazione. 

Identità nazionale calpestata, vergogna urente di appartenere a quella bandiera. 

Ma il mio orgoglio nazionale ha dovuto aspettare di arrivare in Italia per venire definitivamente deriso, infinitamente infranto. Prima grazie a un’orgogliosa insegnante di italiano alle medie, poi in tutte le piccole cose che ogni giorno e ogni momento mi fanno sentire messa da parte.

Un po’ come la Esther Summerson dickensiana, io non sono come tutti gli altri, io sono “messa da parte”. Fondamentalmente perché non sono né carne né pesce. Arrivata in Italia a soli dieci anni, ho assimilato molto dell’Italia pur mantenendo le mie tracce originarie. 

Sono un ibrido, un mostro, una chimera. E in quanto tale sono messa da parte, nonostante sia arrivata ad amare questo strano, bel Paese.

Ma come tutti gli amori, rischia di infrangersi come vetro se viene continuamente percosso. Ho guardato “La meglio gioventù” con le lacrime che mi spuntavano dagli occhi.

Perché era bello, bellissimo. E perché non mi appartiene, appartiene solo a voi. VOI che potete gloriarvi di essere nati qui, di appartenere a questa cultura e a questa gloriosa storia. 

Io, invece, non ho altro che le campagne, lo sciacallaggio, il terrore dei servizi segreti, e infine i film in inglese, di cui gloriarmi.

Se non riesco a trattenere le lacrime è anche per questo. Amo qualche cosa che non avrò mai e che non potrò mai essere, per quanti meriti io possa acquistare.

Ed ogni giorno, ogni istante, c’è qualcuno pronto a ricordarmelo con quel crudele orgoglio che colpisce incosciente e sereno.

Non ho niente. Non mi è rimasto niente. Solo le lacrime salate che nessuno vede, alle 04:47 a.m.

Non c’è problema, se compro ancora qualche accendino potrò metterli in ordine per colore, scriverci sopra il codice, farne una spirale usando il fil di ferro e venderli a Pantone come scultura moderna.
sednonsatiata su Friendfeed

REFERENDUM - ecco come votare - (by thejackall)

Ho sempre invidiato e invidio tutt’ora quelle persone in grado di snocciolare e sviscerare loro stesse in parole. Quelli capaci di incastonare, in poche frasi, emozioni lucide e pensieri brillanti. Io non saprei farlo: dovrei far vedere quanto di oscuro e orrendo c’è nelle profondità della mia mente e del mio cuore. Nessuno metterebbe un like ai miei pensieri scellerati.
Vedo un sacco di foto belle, qui sopra, e mi rendo conto che il mio corpo è diventato esclusivamente un mezzo per portare in giro la mia testa. Devo riprendere in mano la macchina fotografica.
Secondo lo psicologo R.J. Lifton, autore di “I medici nazisti. La psicologia del genocidio”, lo stupro è spesso un deliberato strumento bellico per creare una sofferenza duratura e un’umiliazione estrema che coinvolgeranno non soltanto la singola vittima ma anche le persone a lei vicine. “Una donna è considerata un simbolo di purezza. La famiglia è imperniata su quel simbolo. Colpirlo brutalmente, quindi, li stigmatizza tutti. Tutto ciò perpetua l’umiliazione, ripercuotendosi sui sopravvissuti e sulle loro famiglie. Così, lo stupro è peggio della morte.
P. Landesman, “I medici nazisti. La psicologia del genocidio”, pag. 125

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June 28, 03:30 PM

Date le accese polemiche riguardanti i fatti accaduti in Val di Susa, mi sono sentita in dovere di raccogliere un po’ di materiale che spieghi effettivamente le ragioni per cui i valsusini stanno protestando, e perché qualsiasi persona sensata si renderebbe conto che il TAV non andrebbe fatto.

Ecco qui una raccolta di documenti, video, spiegazioni chiare su quel che realmente il TAV è: una cattiva idea.
E voi, che cosa ne pensate?

 

NO TAV – Wikipedia
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. NO TAV è un movimento attivo nella Val di Susa contrario alla realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, parte del Progetto Prioritario 6 pianificato dall’Unione Europea per attraversare trasversalmente il continente fino al confine ucraino.
Il progetto Tav, un flop ad Alta velocità | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano
aggiornato alle 8:43 di Martedì 28 Giugno 2011 “A67 , Fulvio Abbate, Mario Agostinelli, Sonia Alfano, Francesco Aliberti, Fabio Amato, Dino Amenduni, Sandra Amurri, Marcello Andreozzi, Manuel Anselmi, Andrea Aparo, Gianluca Arcopinto, Antonio Armano, Evy Arnesano, Giovanni Avena, Natalino Balasso, Bruno Ballardini, Fabio Balocco, Gianni Barbacetto, Francesca Barzini, Franco Bassi, Elisa Battistini, Oliviero Beha, Enrico Beltramini, Paolo Berdini, Debora Billi, Paolo Bolognesi, Maria Bonafede…
Torino-Lione per la Tav non c’è traffico | Daniele Martini | Il Fatto Quotidiano
aggiornato alle 12:34 di Martedì 28 Giugno 2011 ‘A67 , Fulvio Abbate, Mario Agostinelli, Sonia Alfano, Francesco Aliberti, Fabio Amato, Dino Amenduni, Sandra Amurri, Marcello Andreozzi, Manuel Anselmi, Andrea Aparo, Gianluca Arcopinto, Antonio Armano, Evy Arnesano, Giovanni Avena, Natalino Balasso, Bruno Ballardini, Fabio Balocco, Gianni Barbacetto, Francesca Barzini, Franco Bassi, Elisa Battistini, Oliviero Beha, Enrico Beltramini, Paolo Berdini, Debora Billi, Paolo Bolognesi, Maria Bona…
Lavoce.info- ARTICOLI- L’analisi costi-benefici boccia la Torino–Lione
Dal 1982 in Francia è obbligatoria la redazione di un’analisi costi-benefici per la valutazione della fattibilità dei progetti infrastrutturali, che però nella maggior parte dei casi non è stata condotta.
Lo Stato contro i cittadini – Questa notte c”è stato “l”ultimo” scontro come siamo abituati a sentirlo chiamare dai telegiornali e dalla stampa di regime, in realtà c”è stata una militarizzazione ulteriore della v – Parole scolpite nella pietra
Questa notte c’è stato “l’ultimo” scontro come siamo abituati a sentirlo chiamare dai telegiornali e dalla stampa di regime, in realtà c’è stata una militarizzazione ulteriore della valle e alla Maddalena si è arrivati alle mani Si è arrivati ai manganelli, al lancio di oggetti tra una popolazione esasperata da una minaccia così catastrofica come quella di un cantiere di 15/20 anni che avvelenerà chiunque abiti nei dintorni e i poliziotti che sono stati purtroppo mandati a presidiare ditte p…
Quei torrenti inghiottiti dagli scavi della Tav – ambiente – Repubblica.it
(22 marzo 2009) Tutti gli articoli di Scienze e Ambiente
LA ROCKSOIL – CHE SI OCCUPA DELLA TAV E ‘ DEL MINISTRO LUNARDI : Italy imc
LA ROKSOIL E’ UNA SOCIETA’ DEL MINISTRO PIETRO LUNARDI – E’ QUELLA A CUI SONO STATI AFFIDATI I LAVORI DELLA TAV – LA LINEA AD ALTA VELOCITA’ CHE DOVREBBE DISTRUGGERE LA VAL DI SUSA. IL 16 NOVEMBRE MANIFESTIAMO INSIEME A LORO PER QUESTA ASSURDA OPERA E PER EVITARE CHE LUNARDI COME SILVIO CONTINUINO A MANGIARSI I NOSTRI EURO IN PIENA CRISI…

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May 05, 03:32 PM

Apro e chiudo una piccola parentesi personale. Ci sono libri che scivolano sotto la pelle, libri fondamentali, libri che rimangono in testa per anni.

E poi ci sono libri che fanno pensare, quelli che aiutano a farti riprendere il colloquio interiore, che ridanno forza e vigore alla riflessione.
Ecco, Tecnica del colloquio di Antonio Alberto Semi è uno di questi libri.

Poco più di un centinaio di pagine scorrevoli, ma condite di spezie difficili da digerire.
In fondo, studiare psicologia significa anche leggere ogni cosa alla luce della propria esperienza personale attuale. Il contenuto è filtrato, o meglio, letto alla luce delle tematiche salienti in quel particolare momento.
Più leggo, dunque, più associazioni con discussioni e circostanze recenti faccio. Più procedo con lo studio, maggiore sento la tentazione di analizzare le mie relazioni e i miei rapporti interpersonali.
Ma una dissezione del genere implica pur sempre un cadavere, ed io non sono né pronta né disposta a dare le mie emozioni in pasto alla ragione.
Nemmeno alla mia, figuriamoci quella di qualcun altro.
La verità è che non trovo requie, ma il livello emotivo rimane rigorosamente sganciato da quello cognitivo. Mi rifiuto di rispondere alla domanda “Perché?”, anche se, in realtà, a livello inconscio e preconscio un legame c’è: l’incisività di certi miei interventi – arguti, forse, a livello cognitivo ma aggressivi a livello relazionale – che traggono la loro linfa vitale dalle conversazioni con il mio compagno di vita e avventure, per non parlare dell’eccessiva razionalizzazione che attuo nei confronti di contenuti ed emozioni, ne è la prova incontrovertibile.
Non bisogna dimenticare, tuttavia, che la razionalizzazione è un meccanismo di difesa, ed anche uno dei più tremendi.
La domanda è: difesa da cosa? Dal contenuto? Dalla consapevolezza del contenuto? Dall’effetto che quella consapevolezza potrebbe avere in me?
In realtà non lo voglio sapere.

E’ come se il primo fiume Infernale mi attraversasse dividendomi a metà, separando testa e pancia.
Quel che mi serve è un Caronte caritatevole che mi aiuti a traghettare l’intraghettabile.


May 02, 12:36 PM



“La linea tra bene e male taglia a metà il cuore di ogni essere umano.”

Gli ultimi mesi sono stati gonfi di avvenimenti salienti da molti punti di vista: politico, morale, etico, economico o più semplicemente umano.
Ho avuto modo di ascoltare e farmi un’opinione, almeno per quanto riguarda i fatti di pubblica rilevanza, ma anche e soprattutto di tracciare un inquietante paragone tra ciò che il Professor Zimbardo ha descritto nel suo libro, L’Effetto Lucifero, e quel che ho osservato personalmente attraverso più modalità.

Il concetto di ricerca e i suoi limiti

Molto spesso mi viene chiesto a che cosa serve la ricerca, soprattutto in psicologia sociale. Chi se ne importa, del resto, che un gruppo di persone abbia o non abbia agito in un determinato modo se sottoposto a una certa condizione sperimentale?
Certamente esistono problemi teorici che potrebbero minare alla base la stessa nozione di “conoscenza”. Tutta la ricerca, non solo quella in psicologia, si basa sul metodo induttivo – ovvero un procedimento che partendo da singoli casi particolari cerca di stabilire una legge universale – e non sul metodo deduttivo (o aristotelico), che al contrario procede dall’universale al particolare.
Negare il metodo induttivo significa svuotare di significato il concetto stesso di ricerca.
Naturalmente, in uno studio, per ritenere valido un risultato, bisogna aver eseguito tutte le operazioni inerenti all’esperimento in maniera più che rigorosa, cercando di limitare il più possibile qualsiasi tipo di interferenza che potrebbe alterare l’output.
Mi vengono in mente gli esami di Logica, Epistemologia, Teorie e Tecniche dei Test, Psicologia Sociale, Metodologia delle scienze sociali, Genetica del comportamento e molti altri: per spiegare in maniera esaustiva perché fare ricerca in psicologia non sia uno spreco di tempo e risorse – economiche ed umane – dovrei passare centinaia di ore a fornire al mio interlocutore questa stessa base teorica e pratica.

Ad ogni modo, la critica che potrei sollevare contro il famoso e famigerato Esperimento Carcerario di Stanford si basa appunto su una questione tecnica: la generalizzabilità. Ovvero: io non posso esser certa (anzi, son certa del contrario) che il campione selezionato da Zimbardo fosse rappresentativo della popolazione generale. Innanzitutto erano uomini, studenti universitari (di Stanford ma non solo), di età compresa tra i 18 e i 24 anni: avrei tutte le ragioni per pensare che i risultati non siano generalizzabili a soggetti donne, ad esempio.
Eppure i parallelismi con la realtà e le conferme di numerosi altri studi hanno confermato gli straordinari risultati di Phil Zimbardo.
Quello studio, che sarebbe dovuto durare due settimane, è stato interrotto dopo soli sei giorni. Le condizioni del carcere sperimentale erano diventate intollerabili, tanto da portare alcuni dei finti detenuti, vessati dalle finte guardie, a cadute psicologiche gravi.

Un sottile filo rosso tra lo studio di Stanford e la realtà

Una scena, descritta dal Dottor Z., ha attirato la mia attenzione: durante una delle numerose punizioni che le guardie infliggevano ai detenuti, e che consistevano essenzialmente in esercizi fisici (flessioni), una delle guardie ha appoggiato il piede sulla schiena di un detenuto allo scopo di rendergli il compito più gravoso.
La somiglianza tra questa scena ed altre, documentate da fotografie e racconti, di nazisti che compiono lo stesso sadico gesto nei confronti dei loro prigionieri, è a dir poco impressionante.

Ci viene insegnato, a scuola, che certi errori non dovrebbero esser ripetuti e che “quelle cose” sono accadute perché i tempi, le condizioni e le circostanze erano diversi da quelli attuali.
Ne dubito.
Mi ha sempre stupito l’illusione umana che gli esseri umani di adesso siano veramente diversi da quelli di 2000 anni fa. Ovviamente non parlo di tecnologia o condizioni sociali, ma dell’essenza: un padre di oggi non è diverso, in fondo, da un padre del Medioevo o della Roma antica.

E’ per questa ragione che lo studio di Zimbardo pone in luce delle realtà inquietanti: è possibile che persone “normali” diventino carnefici, persecutori, persino omicidi, se le circostanze sono adeguate.

Ignoranza, indifferenza, negazione

Durante un piccolo esperimento condotto all’interno del mio corso di laurea, che prevedeva dibattito e osservazione, ho fatto notare che trovavo interessante l’adesione di tutti ad argomenti lontani nel tempo: nazismo e fascismo, masse trascinate dal carisma di un leader, e così via.
Ho chiesto, inoltre, perché nessuno avesse fornito esempi recenti, come ad esempio le stragi in Somalia, Ruanda, Jonestown, Darfur, per non parlare degli scandali di Abu Ghraib e Guantánamo.

La replica che ho ricevuto è stata interessante e preoccupante al tempo stesso.
“E’ chiaro che parliamo solo di argomenti lontani, perché su quelli è più facile essere compatti. Su avvenimenti più recenti, invece, siccome sono ancora freschi, non saremmo d’accordo.”

E’ così, a mio avviso, che si creano le basi per conflitti più gravi: ignorare volutamente le opinioni altrui, non informarsi e negare che ci siano questioni irrisolte. Nel momento in cui uno di questi argomenti diventa saliente (come è successo prima della Seconda Guerra Mondiale von la questione ebraica), allora tutte le idiosincrasie, tutti i conflitti sopiti e nascosti, i rancori covati e mai espressi esplodono in maniera incontrollata e incontrollabile.

Informazione, dunque, e dialogo costruttivo, cose che i giovani (in troppi casi) non conoscono da vicino, né saprebbero ottenere e mettere in atto.


November 14, 04:39 PM

Che io conosca oppure no Paola è del tutto irrilevante.

Tutti conosciamo una, due, dieci Paola. La sostanza non cambia. Sono solo le facce e le professioni a cambiare, perché quello del precariato non è un problema solo dell’editoria.

Negli ultimi due giorni si è parlato diffusamente della situazione che ha portato Paola Caruso, una giornalista del Corriere della Sera, a ricorrere allo sciopero della fame. Per far sentire la sua voce, per ribellarsi pubblicamente contro un sistema che è intrinsecamente sbagliato.

Per portare un argomento così importante nella luce dei riflettori, perché – a mio avviso – in Italia sussiste uno strano fenomeno, quello per cui se nessuno si lamenta di un determinato fatto, allora vuol dire che tutto è in regola e che niente debba essere cambiato. Anche se il fatto in questione è moralmente, civilmente, umanamente sbagliato.

Riporto le sue parole, pubblicate sul “Diario di uno sciopero“:

La storia è questa: da 7 anni lavoro per il Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa.

La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni, lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi.

Ho chiesto spiegazioni: “Perché non avete preso me o uno degli altri precari?”. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: “Non sarai mai assunta”.

Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in  modo diverso.

Lei ha trovato il coraggio di dire no, e nelle ultime ore si sono moltiplicati i messaggi di solidarietà, sia sulla pagina fan su FaceBook che nel gruppo dedicatole su Friendfeed.

Ora, discutere sull’esattezza o meno nella resa dei fatti, mettere in dubbio la sua credibilità, negare che i fatti siano avvenuti così come lei li ha descritti, significa prendere una grande occasione e buttarla via. Perché non è di Paola Caruso che si parla, ormai. O meglio, non solo di Paola Caruso. Il suo caso è come quello di tanti altri, in svariati settori.

Bisogna smetterla di piegare la propria volontà a queste regole, semplicemente perché sono sbagliate: dovrebbero tutelare le persone e la loro dignità. Nella realtà dei fatti mettono in secondo piano i diritti dei lavoratori per dare alle aziende la possibilità di “risparmiare”. Oppure, se vogliamo vederla da un altro punto di vista, le aziende trovano il modo di utilizzare le leggi a loro favore, in modo tale da poter “risparmiare”.

L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro, dice la Costituzione. Volere un contratto a tempo indeterminato non è un capriccio, è l’unico perno, l’unica sicurezza su cui cominciare a costruire la propria vita.

E invece ci si ritrova incastrati in contratti a tempo determinato (o come freelance) rinnovati anche per 7 lunghi anni, come nel caso di Paola: incastrati nell’impossibilità di fare alcun progetto a lungo termine.

Obbligando anche a ringraziare, perché rispetto ad altri sei pure stato fortunato.

E’ questo ad essere sbagliato, ed è questo che deve cambiare. Il fatto che fino ad ora nessuno abbia osato alzare la testa per protestare non significa che il sistema possa andare bene così com’è. Ci si lamenta del fatto che i giovani rimangano in casa fino ai trent’anni e oltre, ma quello altro non è che una conseguenza di una situazione su cui bisogna intervenire molto più a monte.

Io sono una laureanda di 21 anni. Se non si fa qualcosa, se non unisco la mia voce a quelle che si stanno sollevando in queste ore, non avrò il coraggio di guardarmi allo specchio quando anch’io finirò là fuori, nel meraviglioso mondo del lavoro.

Perché, alla fine, anche io sono Paola.

Ne hanno parlato:

FNSIIl PostIl Fatto Quotidiano


October 06, 02:06 PM

Sono giorni di intense letture ed approfondimenti interessanti in materia di storia e politica. E’ strano il modo in cui le persone che mi vedono con un volume della Storia d’Italia in mano mi chiedono se lo faccio per piacere o per dovere. Ho provato a rispondere in entrambi i modi, ma lo stupore più genuino si diffonde sul viso di chi sente che lo faccio per mia cultura personale. Quasi sempre la replica è  “Io non lo farei mai“.

Confesso che non manca una profonda amarezza ed una certa preoccupazione per gli avvenimenti delle ultime settimane: è un quadro a tinte fosche, senza se e senza ma.

Forse anche per questo mi ha colpito molto il seguente passo, tratto da La Storia d’Italia – Il Meriggio del Rinascimento di Indro Montanelli, in riferimento a Il Principe di Niccolò Machiavelli:

“Il despota perfetto deve farsi temere dai sudditi, negar loro la libertà e concederne solo le apparenze, perché uno Stato tollerante è destinato a perire. Per tenere a bada il popolo il principe deve «… parere pietoso, fedele, integro, religioso, ed essere; ma stare in modo edificato, con l’animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare al contrario… Debbe adunque avere un principe gran cura che li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle sopra scritte cinque qualità; e sia, a vederlo e udirlo tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto religione… Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare… Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti».”

Si sa, Il Principe è un testo che molti sovrani del passato (tra i quali Carlo V, Enrico III, Enrico IV e Guglielmo d’Orange) tenevano sempre con sé, imparandone a memoria i brani più salienti e consultandolo prima di prendere decisioni importanti.

Sembrerebbe che non fossero gli unici: c’è probabilmente qualcuno che lo tiene sempre sul proprio comodino, ancora oggi, nel 2010.

E fa sempre un certo effetto vedere certe incongruenze, sentire certe affermazioni, e vederle specchiate in qualcosa che è stato scritto 500 anni fa con una lucidità impossibile, a mio avviso, a un giornalista dei giorni nostri.

Ma naturalmente queste sono solo delle riflessioni da poco. Chi potrebbe mai mettere in dubbio la sua galanteria, la sua integrità, il suo rispetto per la Costituzione… per non parlare della famiglia, della sua religiosità, del suo profondo amore per la legalità.

Mi rendo conto che mai come ora le parole di Machiavelli hanno ricalcato le vigorose tracce della realtà: quel che mi stupisce, in tutto questo, è la mancanza dell’accortezza della “volpe” nel celare la propria vera natura. Non ce n’è bisogno.

Gli Italiani stessi hanno smesso di stupirsi; i numerosi scandali che circondano una delle più alte cariche dello Stato non fa che nutrire le bocche affamate di gossip, i discorsi diventano sempre tangenziali rispetto alla gravità dell’argomento centrale. Va bene tutto, “tanto ne ha fatte di peggio”.

Le persone continuano a dimenticare, lasciar correre, preoccuparsi d’altro: perché è troppo noioso parlare di quella che è la realtà attuale nel Paese in cui si vive e in cui vivranno i nostri figli. Troppo complicato descrivere quelle complesse dinamiche  e interazioni che fanno sì che l’Italia sia quel che è. Assuefatti e impreparati, ma ancor prima svogliati e senza alcun interesse per delle vicende che toccano ogni cittadino da vicino.

Andate pure a mettere lo smalto, ora.

Ho finito.


September 04, 06:53 PM

“La prima speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù”

Una citazione degna di un discorso tenuto in piena campagna elettorale, soprattutto in questi tempi bui. La situazione politica attuale è letteralmente sull’orlo di un precipizio. Sul fondo, niente di buono.

Per capire, ad ogni modo, per poter davvero cogliere fino in fondo il significato degli avvenimenti attuali, è indispensabile avere una buona conoscenza della Storia del proprio paese.

Quel che non cessa mai di sorprendermi è la mancanza di coerenza nello svolgimento del programma ministeriale di Storia.

In teoria, secondo il decreto n.682 del 4/11/96 , la suddivisione annuale del programma di Storia dovrebbe essere la seguente:

1° anno: dalla Preistoria ai primi due secoli dell’Impero Romano;
2° anno: dall’età dei Severi alla metà del XIV secolo;
3° anno: dalla crisi socio-economica del XIV secolo alla prima metà del Seicento;
4° anno: dalla seconda metà del Seicento alla fine dell’Ottocento;
5° anno: il Novecento.

Sfortunatamente nella stragrande maggioranza dei casi si riesce ad arrivare soltanto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con qualche accenno alle origini dell’Unione Europea. Viene tagliata fuori tutta la seconda metà del Novecento. Chi ha finito la scuola negli anni ’70 si ricorda di aver fatto tutto il programma fino all’”attualità”.  Sono passati 40 anni, ma a quanto pare i programmi sono rimasti invariati.

Ora, uno studente del liceo compie 18 anni proprio durante l’ultimo anno di Liceo, e proprio quando compie 18 comincia a votare.

E vota in un’Italia che non è quella degli anni ’50, è un’Italia profondamente diversa. E’ l’Italia del dopo “Mani pulite”, la P2,  Craxi, le stragi di Capaci e via d’Amelio… e tante altre, che la maggior parte dei neoelettori ignora.

Le ultime lezioni di storia dovrebbero finire col giornale in mano, non con la CECA.

Non è pensabile che un giovane possa votare in maniera libera e informata se non conosce la storia del proprio paese.

Non è giusto che il voto sia influenzato più dalla “tradizione di famiglia” per quanto riguarda il colore politico, da quel che mamma e papà dicono sia giusto o meno.

E’ compito della scuola, senza ombra di dubbio, garantire informazioni oggettive e libere ai propri studenti, soprattutto riguardo ai fatti storici degli ultimi 50, 60 anni.  Soprattutto in un periodo della formazione tanto importante.

“La prima speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù”

Una frase che vorrei tanto sentire in un discorso tenuto in campagna elettorale. E invece no.

E’ di Erasmo da Rotterdam, XVI secolo.


February 24, 08:17 PM

E’ finalmente rientrato in Gran Bretagna Binyam Mohamed, il detenuto di Guantánamo di cui si parlava un po’ di tempo fa. Era stato arrestato nel 2002  in Pakistan, ventitreenne. Ora ha trent’anni (30!) e cicatrici fisiche e psichiche difficili (se non impossibili) da cancellare.

A voi l’illuminante intervista al suo avvocato, Yvonne Bradley.

Questa, invece, è la dichiarazione rilasciata da Binyam al suo arrivo (traduzione della sottoscritta):

Spero capirete che, dopo tutto quel che ho passato, non sono nè fisicamente nè mentalmente in grado di affrontare i media al momento del mio ritorno in Gran Bretagna. Per favore perdonatemi se rilascio solo una semplice dichiarazione attraverso il mio avvocato. Spero di essere in grado di far meglio nei giorni a venire, quando sarò sulla via del recupero.

Ho vissuto un’esperienza che non ho mai pensato di affrontare, nemmeno nei miei incubi più cupi. Prima di questo strazio, “tortura” era una parola astratta per me. Non avrei mai potuto immaginare che ne sarei stato vittima. E’ ancora difficile per me credere che sono stato rapito, trasportato da un paese all’altro e torturato con metodi medievali – il tutto organizzato dal governo degli Stati Uniti.

Sebbene voglia recuperare e lasciare tutto quanto il più lontano possibile nel passato, so di avere un obbligo verso le persone che sono rimaste ancora in quelle camere di tortura. La mia stessa disperazione è stata maggiore quando pensavo che tutti mi avevano abbandonato. Ho il dovere di assicurarmi che nessun altro sarà dimenticato.

Sono grato del fatto che alla fine non sono stato semplicemente abbandonato al mio destino. Sono grato ai miei avvocati, allo staff di Reprieve e al Lt. Col. Yvonne Bradley, che ha lottato per la mia libertà. Sono grato ai membri del British Foreign Office che mi hanno scritto quando ero a Guantánamo Bay per tenermi su il morale, così come ai membri dei media che hanno cercato di assicurarsi che il mondo sapesse che cosa stava succedendo. So che non sarei a casa in Gran Bretagna ora se non fosse stato per l’aiuto di tutti. A dire il vero, potrei addirittura non esser vivo.

Vorrei poter dire che è tutto finito, ma non è così. Ci sono ancora 241 prigionieri musulmani a Guantánamo. Molti sono stati assolti persino dalle forze armate statunitensi, eppure non possono andare da nessuna parte in quanto subiscono persecuzioni. Per esempio Ahmed bel Bacha viveva qui in Gran Bretagna ed ha disperatamente bisogno di una casa. E poi ci sono migliaia di altri prigionieri trattenuti dagli US in altre parti del mondo, senza accuse e senza poter entrare in contatto con le loro famiglie.

Devo dire, più con tristezza che con rabbia, che molti sono stati complici nei miei orrori negli ultimi sette anni. Per me il momento peggiore è stato quando in Marocco ho realizzato che le persone che mi torturavano ricevevano domande e materiale dall’intelligence britannica. Avevo incontrato membri dell’intelligence britannica in Pakistan. Ero stato aperto con loro. Eppure ho realizzato soltanto in seguito che le stesse persone che speravo mi avrebbero salvato si erano alleate con i miei persecutori.

Non chiedo vendetta, ma solo che la verità sia resa nota, in modo che nessuno in futuro debba sopportare quello che ho sopportato io. Grazie.

Bentornato a casa, Binyam!

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February 22, 08:04 PM

Il 21 febbraio 2009 si è tenuto al Conservatorio di Torino il concerto del gruppo a cappella The Swingle Singers.

La storia del gruppo comincia nel lontano 1962 a Parigi, con Ward Swingle, Anne Germain, Jeanette Baucomont, Jean Cussac e Christiane Legrand. Ora il gruppo è composto da otto elementi: due soprani (Joanna Goldsmith e Sara Brimer), due mezzosoprani (Clare Wheeler e Lucy Bailey), due tenori (Richard Eteson e Christopher Jay) e due bassi (Kevin Fox e Tobias Hug). Il gruppo riscuote anche oggi un grande successo in tutto il mondo sebbene nessuno di questi facesse parte del gruppo originario: dimostrazione della continua ricerca dell’eccellenza che ha caratterizzato il loro percorso musicale fin dai primi anni.
Gli Swingle Singers sono specializzati nell’interpretazione di brani a cappella di vari generi musicali, soprattutto di musica classica. E’ famosa la loro versione dell’Aria sulla quarta corda di Bach, diventata la sigla del programma televisivo Superquark di Piero Angela.

Il concerto del 21 febbraio al Conservatorio di Torino è stato semplicemente un successo. A cominciare dal tutto esaurito e finendo con il secondo bis*, tutta la serata è stata un inno alla perfezione.
Sono stati eseguiti brani di svariati generi musicali, un perfetto esempio della singolare contaminazione tra generi che gli “Swingle Singers” propongono. Da Purcell a Piazzolla, da Bach a Chopin, da Björk a Sting: non solo una scelta di repertorio audace, ma anche una tecnica impeccabile ed una straordinaria pulizia delle voci. Possono sembrare un’orchestra sinfonica, un coro oppure un complesso jazz a seconda del brano interpretato. Il tutto con una levità e precisione fuori dal comune.
Spetta a Hugh Walker, ingegnere del suono del gruppo, garantire la resa acustica in concerto. Non è certamente facile con otto microfoni sul palco, il rientro in cuffia per ognuno, l’amplificazione, i riverberi e le casse a pochi passi di distanza dai cantanti.

Riporto un frammento dell’intervista di Marco Basso a Kevin Fox:
In tanti anni di attività cambiano i cantanti, ma non il senso artistico degli Swingle
“La nostra filosofia non è mai cambiata: usare la voce in modo strumentale e fondere stili differenti di musica per creare qualcosa di nuovo. Questi princìpi ci hanno permesso di avere forza, energia e idee musicali durature, cosicché il gruppo, dopo quarantasei anni di attività. sta ancora andando forte. Naturalmente i tempi, i cantanti, le tecnologie, il repertorio sono cambiati, ma questo è positivo oltre che necessario.”

“Perché avete scelto la forma del canto a cappella?”
“La voce è il più immediato di tutti gli strumenti: fra esecutore e ascoltatore non c’è altro. E’ anche estremamente versatile: non ci sono limiti a quanto si possa fare con la voce. Così amiamo forzarne i confini ed esplorarne le possibilità.”

Non sono mancati, durante la serata, frizzanti interventi da parte dei cantanti, brevi intermezzi in italiano che hanno letteralmente deliziato il pubblico, nonché dimostrazioni delle capacità vocali di Kevin Fox e Tobias Hug.

Gli Swingle Singers non sono solo degli artisti di fama internazionale; sono anche e soprattutto delle persone splendide. Quel che più mi ha colpito (più del concerto, più della tecnica e della loro perfezione vocale) è stato quel Happy Birthday cantato a mezzanotte per telefono ad un amico.
Non posso fare altro che ringraziarli per la loro disponibilità e per la loro bellissima musica.
Di una gentilezza d’altri tempi, pacati e precisi; del resto la musica che fanno richiede appunto questo: una perfetta armonia.

Si ringrazia l’Associazione Stefano Tempia per aver reso possibile questa magnifica serata.
La foto qui sopra mi ritrae insieme al gruppo dopo il concerto.
Più foto sono disponibili qui.

*Il secondo bis è stato “Bella ciao”


December 25, 10:25 PM

Che abbia scelto è già evidente, data la mia assenza in questi ultimi mesi. Mea culpa, mea maxima culpa ( ma anche e soprattutto delle otto ore al giorno a frequenza obbligatoria).

Approdata davvero alla fine della corsa, naufraga ed indecisa tra le varie strade che mi si aprivano davanti,  piuttosto delusa dall’esito dei miei esami, ho passato un’estate intrisa di incertezze.  Un giorno mi sono trovata davanti i dépliant di presentazione di varie facoltà: la scelta è stata fatta dividendo in due gruppi i suddetti dépliant ed attuando una ulteriore selezione sulle tre possibili varianti. Una scena che ha fatto ridere qualcuno, stupire altri e addirittura scandalizzare i sostenitori di una “scelta ragionata”. Ho scattato la foto pensando che non ero l’unica in quella situazione, che prima o poi tutto mi sarebbe stato chiaro.
In effetti, cristallino. Mi sono iscritta ai test d’ingresso per Psicologia sia in Università Cattolica che in San Raffaele nell’ultimo giorno in cui le iscrizioni erano aperte. Dall’Ungheria.

(Il resto del post sarà interessante per chi vuol fare qualche test d’ingresso e vorebbe sapere come funziona. Oppure per chi è curioso di sapere come me la sono cavata.)

Come è andata in Cattolica
(al presente per motivi stilistici)

Il giorno 5 settembre 2008, dunque, munita solo di una penna e della speranza di essere ammessa, mi presento alla sede di Largo Gemelli 1, all’alba delle 8:30 a.m., in anticipo di un’ora rispetto all’orario di inizio del test. A quel punto, da non pratica, cerco un cartello di indicazioni. E ne trovo ben tre: “Test d’ammissione Psicologia” e tre diverse aule. Smarrita, mi rivolgo al signore in portineria con un “Mi scusi, io mi sono iscritta al test d’ammissione per psicologia e vorrei sapere in quale aula, delle tre segnalate su quei cartelli, devo andare.”
Risposta: “Se Lei si è iscritta, signorina, dovrebbe già sapere in quale aula deve andare.”
Per un momento ho l’impressione che stia scherzando, poi mi rendo conto che mi sta guardando in cagnesco. Per un altro momento mi balena in mente l’immagine di me che effettuo l’iscrizione dall’Ungheria, chi sa se avrò scaricato proprio tutti i documenti.
“Ha pagato la tassa, Lei?”
“Certo che l’ho pagata!”
“Mi faccia vedere i documenti…”
In breve guarda, trova il foglio che certificava l’avvenuto pagamento… ma ovviamente nessuna indicazione sull’aula. Con un “cominciamo bene” in mente, lo guardo sfogliare una lista infinita di nomi per trovare (finalmente…) il mio ed indicarmi (finalmente!) l’aula giusta: Sant’Agostino.
Mentre seguo i cartelli per Sant’Agostino penso alle coincidenze, al fatto che Sant’Agostino fosse filosofo oltre che religioso, al fatto che abbia scritto le Confessioni e che la fermata della metropolitana Sant’Agostino sia a due passi… ed al fatto che debba fare il test d’ammissione in un’aula che si chiama proprio Sant’Agostino.

Frotte di studenti agitatissimi, formalità, firma per la presenza, un crocifisso gigantesco appeso sulla parete dietro la cattedra, penne, domande, ansia. Infine si inizia. Con un’ora di ritardo rispetto all’orario comunicato.
Il test è diviso in due parti, prima bisogna rispondere alle domande della prima, consegna, breve intervallo, poi la seconda. Le domande sono abbastanza semplici, decisamente più semplici rispetto ai quesiti proposti da libri come Hoepli Test o altri. Unico problema è che il tempo stringe. Ben quattro quesiti sono costituiti da testi lunghi quanto un foglio A4 (giustezza 12), uno è un gioco di logica in stile “il signor verdi abita al settimo piano, il signor rossi due piani sotto, dove abita il signor bianchi che è due piani sopra al signor neri?”.
Umanamente impossibile rispondere a tutte le domande semplicemente perché i minuti a disposizione sono 70, i quesiti 140. Nessun punto in meno per le risposte sbagliate.
Il sistema per assicurare l’anonimato dei test è piuttosto primitivo. Una striscia di carta recante nome e cognome scritti dal candidato viene sigillata dal candidato stesso in una busta. La busta in questione deve essere inserita in una busta più grande, contenente il test vero e proprio.
Alla fine si scopre che c’era stato un guasto nel sistema e l’aula era indicata soltanto su una parte delle ricevute di avvenuto pagamento, ergo la scena capitatami al mattino non era assolutamente il risultato di una mia svista.
Con un altro “cominciamo bene” (e sfinita) mi avvio verso il San Raffaele.

Come è andata in San Raffaele
(sempre al presente, sempre per motivi stilistici)

Se sono riuscita ad arrivare in tempo è solo grazie ad Elena, anche lei candidata al test d’ingresso sia in Cattolica che in UniSR (e che non ringrazierò mai abbastanza).
Qui il tutto si svolge nell’aula magna, molto sobria. Ad ogni candidato vengono consegnati: il foglio delle risposte, il foglio con le informazioni personali, due adesivi con codice a barre, una busta.
Tutte le informazioni sono già precompilate, basta staccare il primo adesivo, incollarlo sul foglio identificativo e sigillarlo nella busta. L’altro adesivo va posizionato sul foglio delle risposte. Qualcuno passa a ritirare le buste, quindi vengono consegnati i test. 100 domande, 120 minuti. -0,5 punti per ogni risposta scorretta.
I quesiti sono tutti a risposta multipla, di difficoltà diverse (l’unica che ricordo chiaramente è “Perché sulla Terra ci sono le stagioni?”); gli argomenti variano dalla matematica alla biologia alle scienze naturali, senza far mancare domande di logica (perché i paracadutisti piegano le gambe prima di atterrare?).

Dove son finita e perché?
(non più al presente)

I risultati per il San Raffaele vennero pubblicati la mattina del giorno 8 settembre (una gentilissima segretaria mi ha detto, quella mattina, che avrebbe messo il tutto online a momenti). Ogni candidato aveva ricevuto un codice con cui accedere alla graduatoria e controllare la propria posizione. La conferma per l’iscrizione doveva essere inviata da quella stessa pagina entro e non oltre le ore 12:00 p.m. del giorno 10 settembre. I risultati per la Cattolica sarebbero stati pubblicati il giorno 10. Per i coraggiosi, questa è la conversazione con la segretaria, tenutasi appunto la mattina del giorno 8 settembre:
“Università Cattolica del Sacro Cuore, etc, etc, etc
“Pronto, buon giorno, ho fatto il test d’ammissione alla facoltà di Psicologia venerdì 5 e vorrei sapere quando verranno pubblicati i risultati.”
“Beh, signorina, se Lei ha fatto il test dovrebbe saperlo quando verranno pubblicati… non gliel’hanno detto al test?”
“Si, hanno detto il 10, ma vorrei sapere l’orario…”
“Entro le 16:00″

Ora, essendo stata ammessa in San Raffaele, dovendo confermare l’iscrizione entro le 12:00 di mercoledì, non conoscendo l’esito dell’esame in Cattolica e considerando anche le poche ma significative interazioni con il personale che vi lavora, ho fatto la mia scelta.
Mi sono immatricolata venerdì 12 settembre (sì, proprio quel venerdì 12 in cui cominciava la BlogFest a Riva del Garda) all’Università Vita e Salute San Raffaele.

Poi ho saputo di essere stata ammessa anche in Cattolica.
Ah, a proposito… è normale che tutti questi dati sensibili siano disponibili a chiunque?


December 21, 11:07 AM

Parlavasi (giustamente) di libri, al LitCamp di Riva del Garda.  Non solo (naturalmente) di libri, ma anche dei problemi attuali dell’editoria, della crisi, delle vendite scarse, a meno che non si tratti dell’ultimo di Moccia et similia.
Volendo fare un paragone filosofeggiante, il “motore immobile” per quanto riguarda lo scarso interesse nei confronti di una cultura vasta (con le dovute riserve, ognuno ha i propri interessi) sta a monte: non è certo una questione economica, date le ingenti somme che i clienti sarebbero disposti ad erogare per prodotti di tutt’altro genere (rimanendo, naturalmente, nell’ambito dei beni “superflui”).

Ritornando all’aspetto economico, almeno dal punto di vista delle case editrici, fare del classico prodotto libro cartaceo un formato elettronico ha uno svantaggio notevole: il rischio di renderlo oggetto di pirateria, scambi illeciti facilitati dalla possibilità di produrre infinite copie partendo da una sola. Il formato cartaceo è protettivo in questo senso: è infinitamente più economico e facile copiare un file piuttosto che fotocopiare un intero libro.
Non solo: ci sono anche i costi per quanto riguarda i diritti d’autore (la solita SIAE), il controllo dei quali sfuggirebbe totalmente dalle mani della casa editrice; persino la possibilità di far profitti su spese di stampa e spedizione verrebbe meno.
Risulta comprensibile, a questo punto, la reticenza delle grandi case editrici a rendere disponibile il formato elettronico (.doc o .pdf) dei libri pubblicati (anche se l’operazione in sé sarebbe semplicissima, dato che ogni libro, prima di essere stampato, esiste già in formato elettronico). In tal caso non sarebbe necessario attuare il percorso a ritroso (copiare a mano o usando scanner), cosa che qualche anima pia si sta accingendo a fare.

E’ chiaro che domanda e offerta trovano il loro punto di equilibrio nel momento in cui ci sono entrambe, e in questo particolare momento il pubblico italiano sembra quantomeno impreparato per un prodotto come l’ebook reader. Si parla sempre della media della popolazione (immaginatela come una gaussiana, se volete), non di singoli individui. Ecco perché, attualmente, il lettore medio non sente la necessità di possedere uno strumento che gli permetta di portare con sé un gran numero di libri. Potremmo estendere il dibattito e chiederci chi mai possa avere bisogno di 80GB di musica sempre a portata, ma sarebbe superfluo.
Come testimonia anche il video, la media (si parla sempre della media e non dei singoli, è importante ricordarlo) non riesce a conciliare l’utilità dello strumento con il suo prezzo. Coloro che realmente trovano interessante ed utile averlo sono (generalmente, anche se siamo all’estemo della gaussiana) i lettori più attenti. Ed è proprio qui che la mancata diffusione del formato elettronico si ritorce contro l’utente: potrà quel lettore trovare la stessa edizione e la stessa traduzione che trova senza alcuna difficoltà in una libreria? Molto probabilmente no.

Una possibile soluzione sarebbe l’invenzione di un nuovo formato che mantenga le caratteristiche di versatilità che rendono appetibile il suo utilizzo su un supporto elettronico (la ricerca di parole chiave in primis), ma che riesca a tutelare i diritti delle case editrici e degli autori stessi. E’ solo un compromesso, in realtà, ma permetterebbe di avere una serie di vantaggi sulla distribuzione del prodotto.
I veri feticisti della carta (e mi metto nel numero) non rinunceranno mai al libro tradizionalmente inteso, ma un’apertura mentale e di mercato verso questo nuovo modo di intendere la lettura non è da scartare a priori. Inoltre il prezzo sarà certamente più basso, dato che stampa e distribuzione sul territorio non saranno più necessarie, ergo i costi relativi verranno tagliati.

Si stanno facendo dei passi avanti con la filosofia del “print on demand” tipica di servizi come Lulu.com, ma rimangono tagliati fuori gli autori trattati dalle grandi case editrici.
Al LitCamp ho avuto modo di chiacchierare con Eleonora Gandini di Lulu, la quale evidenziava che i libri di maggior successo sono generalmente quelli legati all’imprenditoria, alle aziende e al lavoro (i “manuali per la sopravvivenza” in azienda, per intenderci).

Finché la richiesta rimarrà bassa e i consumatori si accontenteranno delle edizioni in inglese, molto poco sarà fatto per quella fetta di utenti che vorrebbero (ma che a questo punto non possono) avere l’equivalente italiano. Prima di tutto, quindi, bisogna educare il pubblico, altrimenti si rimarrà allo stesso punto.
Sempre diversi passi indietro rispetto agli altri.


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Profile

Social Media Manager at Ogilvy & Mather
Marketing and Advertising | Milan Area, Italy, IT

Summary

Graduating student in Psychology, I have a deep interest for social media, complex network and social network analysis.
My goal is to bring scientific research closer to companies and business strategies.

I have worked in the past as a production assistant (entertainment) and translator/interpreter, since I fluently speak Italian, English and Romanian.

My first hobby is photography, followed by performing arts.
Specialties: Psychology

Experience

  • Feb 2012 - Present
    Social Media Manager / Ogilvy & Mather
  • Jul 2011 - Present
    Co-founder / Intervistato.com
    Content and Community Management, video interviews, video and audio editing.
  • Sept 2008 - Present
    Student / Università Vita-Salute San Raffaele Milano
    I attended the Faculty of Psychological Science - Clinical Psychology.
  • Apr 2009 - Present
    Production assistant / Andrew T. Miller Music Studios
    Organization of "The Birth of Christ - 2009" Rome concert.
  • Feb 2007 - Present
    Collaborator / Mille Gru
    Collaborating with MilleGru for the "Poesia Presente" project, active on the Monza and Brianza territory.
  • May 2006 - Present
    Collaborator and consultant / ClassicaViva
    Classical music industry.
  • May 2007 - Present
    Intern / Alfa Laval
    I spent my internship at Alfa Laval doing a data entry activity.

Education

  • 2008 - 2011
    Università Vita - Salute San Raffaele Milano
    Bachelor's Degree in Psychology
  • 2003 - 2008
    Liceo Linguistico Europeo "Collegio Bianconi"
    High School Diploma in Foreign Languages

Additional Information

Websites:
Interests:
Psychology, behavioral economics, human resources

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