Sed Non Satiata

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intervistato:

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Anche il Movimento 5 Stelle ha avuto le sue primarie, le parlamentarie, per selezionare quali saranno i candidati per le prossime elezioni politiche del 2013, sul giorno specifico siamo in pieno rebus. 1400 persone, attivisti, per 95.000 voti raccolti online, lontani dagli oltre 3 milioni del csx, ma comunque tutti degni d’attenzione e non solo per i sondaggi, ma perché l’m5s potrebbe essere portatore di temi “provenienti dal basso”. Così, anche stavolta, sta diventando un nostro format, abbiamo raccolto le domande dalla rete da rivolgere a Beppe Grillo, portavoce del movimento, e agli attivisti che vorranno rispondere. Si chiede del grado di democrazia interna al movimento, tema più volte focalizzato anche dai media, ma anche sulle modalità su cui gli attivisti affronteranno i temi dell’agenda del paese: dal reddito garantito alla politica economica, dall’Ilva agli inceneritori. Si chiede a Grillo e al movimento di entrare nel merito delle cose.

Ecco dunque, dopo Vendola, Renzi, Bersani, le domande raccolte per Grillo sulla rete. Risponderà?

Sua moglie era sempre assediata da una folla di cortigiani - egli avrebbe trovato assai strano che fosse stato altrimenti, poiché così facevano tutti, così aveva fatto egli stesso - ma intanto ne soffriva segretamente, e doveva fare sforzi penosi per dissimulare le unghie d’acciaio che gli laceravano il cuore e gli facevano balenare in viso la collera, o sulle labbra il sarcasmo. Piuttosto che tradirsi si sarebbe ucciso; ma senza essere precisamente geloso, senza aver perduto una briciola della illimitata fiducia che riponeva nella moglie, provava un gran dispetto vedendola corteggiata. Sapeva che corteggiare vuol dire insidiare, eppure sarebbe stato quasi ridicolo che sua moglie non lo fosse, ed egli era costretto a stringer la mano a quei suoi buoni amici che cercavano di rubargli il suo tesoro, e soffriva tutte le punizioni di quella logica mondana in nome della quale aveva fatto soffrire egli pure. Ne soffriva più degli altri perché era più orgoglioso e più corrotto, più diffidente e più innamorato.
Giovanni Verga, Eros

intervistato:

Luca Dordolo, l’ex capogruppo della Lega a Udine (è stato espulso), aveva dichiarato su Facebook che la donna indiana uccisa «Ha inquinato il Po», e a «La Zanzara» su Radio24 con Giuseppe Cruciani aveva rincarato: «Non mi vergogno, mestolate sul grugno ai musulmani». Vogliamo ricordarlo così. Sperando che decida finalmente di dimettersi.

The truth about TV vs. books.

intervistato:

Vi riproponiamo @_arianna Ciccone, in 7 minuti.

Arianna è giornalista, nonché ideatrice e fondatrice del festival internazionale del giornalismo  di Perugia, che quest’anno si terrà dal 25 al 29 aprile. Su twitter esiste un account del festival, @journalismfest e un hashtag ufficiale per seguire gli aggiornamenti, ed è #ijf12

Uno dei temi principali che abbiamo affrontato in questa intervista che andiamo a riproporvi è stato quello dell’utilizzo dei social media e della loro integrazione con il giornalismo “tradizionale”, realtà che ormai si configura come un’importante opportunità di mutuo arricchimento.

Come sempre linkiamo anche il post con la video intervista integrale su cui potete trovare un sacco di altre informazioni.

Buona visione!

intervistato:

Per seguire gli oscar su twitter e non solo ecco alcune risorse:

L’hashtag è #oscars, mentre l’account ufficiale dell’Accademy è @theaccademy

Parecchie risorse le trovate sul sito http://oscar.go.com/, tra cui un twitter wall tutto dedicato che è questo

Lo streaming di Associated…

intervistato:

Vi riproponiamo @gluca (Gianluca Diegoli), in 7 minuti.

Questa sera siamo andati a ripescare l’intervista che avevamo fatto a Gianluca Diegoli, esperto di marketing e autore del famoso blog [mini]marketing.it.

Durante questa chiacchierata Gianluca ci aveva spiegato che cos’è l’unmarketing, quali sono gli errori più comuni che le aziende compiono e le strategie di utilizzo dei nuovi strumenti per aumentare la produttività dei dipendenti. 

Qui trovate il post che accompagnava il video, dove potete anche trovare la video intervista nella sua versione integrale. Come sempre i commenti sono sempre bene accetti. Buona visione!

intervistato:

Con questo post Intervistato.com sbarca qui su Tumblr. Cosa è Intervistato.com? E’ un sito che propone interviste (ma non solo) realizzate in crowdsourcing, dove l’intervistato e le domande sono proposti dagli utenti. Diffondere la conoscenza partendo dal basso significa…

Thomas Quasthoff - “Der Leiermann”, Winterreise, Franz Schubert

Natalie Dessay, Bach Cantatas recording session, Aria “Ich habe genug”

Non ho molto da aggiungere.

Jeanne Moreau, Ascenseur pour l’échafaud (Louis Malle, 1957)

Credo che il nostro sia un lavoro meraviglioso e creativo. Personalmente non lo cambierei con nessun’altro. Questo lavoro tratta di materiale vivente diversamente dallo scultore, o dall’artista o dall’attore. Un regista teatrale o un produttore cinematografico deve lavorare con marionette o con attori addestrati invece che con persone viventi. Persino lo “psicodramma” si basa sulla recitazione, sulla rappresentazione dei ruoli, e non sulla vita stessa, come nel nostro lavoro. Ho scoperto che il mio notevole interesse per il teatro è diminuito un po’ giacché, in diversi modi, una rappresentazione teatrale, a meno che non sia di primo livello, viene a perdere in paragone al dramma della realtà che ho di fronte. Non dobbiamo, come Prometeo, plasmare gli uomini a nostra immagine, bensì nella loro, per aiutarli, come ha detto Nietzsche, a divenire quelli che sono. Le loro personalità emergono per proprio conto. La metodologia non deve essere una camicia di forza: benché le sue radici e i suoi principi debbano essere compresi e rispettati, ciascun terapeuta ha il proprio stile.
S. H. Foulkes, “La psicoterapia gruppoanalitica”

A Pie For Mikey, probabilmente una delle più toccanti lezioni di umanità da parte della comunità di food blogger americani.

A religious mission, if you will, not giving in to easy traps. The easiest of all is Power. Because Power corrupts, Power engulfs you, Power pulls you inside of it! Do you understand? If you stand next to a presidential candidate during a campaign, if you go to dinner with him and talk with him you become his henchman, right? One of his operators. I’ve never liked it. My instinct has always been to stay away from it. Really stay away, while today I see many young people that enjoy, that flourish at the idea of being near Power, having a close relationship with Power, sleeping with Power, going to dinner with Power, to achieve prestige, glory, maybe information. I’ve never done that. You can call it a form of morality. I’ve always had this sense of pride that made me stand right in front of Power, look at it in the eye and flip it off. I opened the door, I put a foot in, I entered, but when I was in its room, instead of pleasing it I controlled what was wrong, I asked questions. This is journalism.
Tiziano Terzani
La meglio gioventù

Tra ieri e oggi ho visto tutte e sei le lunghe ore di un meraviglioso film italiano il cui titolo campeggia come titolo di questo post. L’ho guardato con l’ammirato stupore di chi vede un mondo possibile e sconosciuto, di un’Italia che spiega questa Italia. Ho visto pezzi di storia e pezzi di vita intrecciarsi, svolgersi e precipitare in un modo che non conoscevo. Né avrei avuto modo di conoscerlo. 

Quel che io ho sperimentato è stato un mondo molto diverso, appena uscito da un lungo periodo di schiavitù e dittatura, un mondo ansioso di riscattarsi e vendicarsi. Sono figlia della rivoluzione, sono nata nell’89. Non ho visto la parte peggiore, ma solo il progressivo e inesorabile percorso verso l’americanizzazione. 

Identità nazionale calpestata, vergogna urente di appartenere a quella bandiera. 

Ma il mio orgoglio nazionale ha dovuto aspettare di arrivare in Italia per venire definitivamente deriso, infinitamente infranto. Prima grazie a un’orgogliosa insegnante di italiano alle medie, poi in tutte le piccole cose che ogni giorno e ogni momento mi fanno sentire messa da parte.

Un po’ come la Esther Summerson dickensiana, io non sono come tutti gli altri, io sono “messa da parte”. Fondamentalmente perché non sono né carne né pesce. Arrivata in Italia a soli dieci anni, ho assimilato molto dell’Italia pur mantenendo le mie tracce originarie. 

Sono un ibrido, un mostro, una chimera. E in quanto tale sono messa da parte, nonostante sia arrivata ad amare questo strano, bel Paese.

Ma come tutti gli amori, rischia di infrangersi come vetro se viene continuamente percosso. Ho guardato “La meglio gioventù” con le lacrime che mi spuntavano dagli occhi.

Perché era bello, bellissimo. E perché non mi appartiene, appartiene solo a voi. VOI che potete gloriarvi di essere nati qui, di appartenere a questa cultura e a questa gloriosa storia. 

Io, invece, non ho altro che le campagne, lo sciacallaggio, il terrore dei servizi segreti, e infine i film in inglese, di cui gloriarmi.

Se non riesco a trattenere le lacrime è anche per questo. Amo qualche cosa che non avrò mai e che non potrò mai essere, per quanti meriti io possa acquistare.

Ed ogni giorno, ogni istante, c’è qualcuno pronto a ricordarmelo con quel crudele orgoglio che colpisce incosciente e sereno.

Non ho niente. Non mi è rimasto niente. Solo le lacrime salate che nessuno vede, alle 04:47 a.m.

Non c’è problema, se compro ancora qualche accendino potrò metterli in ordine per colore, scriverci sopra il codice, farne una spirale usando il fil di ferro e venderli a Pantone come scultura moderna.
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REFERENDUM - ecco come votare - (by thejackall)

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March 27, 03:05 PM

“And he found her a pearl unpierced and unthridden and a filly by all men save himself unridden; and he abated her virginity and had joyance of her youth in his virility and presently he withdrew sword from sheath; and then returned to the fray right eath; and when the battle and the siege had finished, some fifteen assaults he had furnished and she conceived by him that very night.”

La prima volta che lessi questo frammento, ne rimasi affascinata. Un po’ perché era la prima volta che leggevo qualcosa di così tanto esplicito e sensuale, un po’ perché i miei anni ancora si potevano contare sulle dita delle mani. Ma lo trovai bellissimo, carico di dolcezza e abbandono, e allo stesso tempo pregno di un forte senso di appartenenza, pudore e onore.

Tutte cose rimaste profondamente impresse in una giovane mente quale era la mia, tanto da spingermi diversi anni dopo a ricercare quel passo, e possibilmente leggere il testo integrale da cui è tratto: Le Mille e una notte.

Quando si parla di questo libro, viene alla mente una serie di racconti per bambini che tutti conosciamo, come ad esempio Alì Babà e i quaranta ladroni, oppure la lampada di Aladino. Un grande torto fatto ingiustamente a un testo di grande ricchezza contenutistica e formale, destinato senza ombra di dubbio a un pubblico adulto, almeno nelle intenzioni di chi lo ha scritto, che non ha risparmiato alcun dettaglio nella descrizione di rapporti sessuali, orgie e perversità di ogni genere, adulteri, mutilazioni, incesti, tradimenti, omicidi e seduzioni, torture e giochi erotici. E’ comprensibile che i traduttori che ne hanno determinato e promosso la diffusione in Europa si siano trovati a prendere decisioni davvero difficili, considerata la rigida morale dell’epoca. E così sparirono interi stralci, quelli considerati troppo scabrosi o violenti, e in particolar modo le scene erotiche.

Solamente nel 1888 arriva la splendida traduzione di Sir Richard Francis Burton, una celebrazione di anni di studi arabi e una sconfinata conoscenza dell’Oriente: sapere che non si limita soltanto all’ambito della cultura, dei costumi e della lingua dei musulmani, ma che rivela soprattutto una grande dimestichezza con il gergo volgare e con l’approccio alle questioni intime della vita privata e sessuale. Conoscenza tanto vasta e approfondita da spingere la vedova, Isabel Arundel Gordon, a bruciarne la collezione quarantennale di diari ed appunti subito dopo la morte.

La storia de Le mille e una notte è presto detta: il re persiano Shāhrīyār, tradito da una delle mogli e convinto che nessuna donna possa mai essere fedele, decide di garantire la fedeltà delle sue spose uccidendole sistematicamente dopo la prima notte di nozze. Una strage di giovani fanciulle, che in breve tempo riduce in lacrime ogni famiglia del piccolo regno e porta il popolo a un passo dalla ribellione. Per mettere fine alle uccisioni, la figlia del visir, Sheherazade, decide di sacrificarsi e diventare sposa del re, ma durante la notte inizia a raccontare una storia che conclude solo la notte successiva, e così procede per numerose notti. Dimostra infatti un’abilità narrativa così eccelsa ed un tale spirito che il re decide ogni mattina di posticipare la sua esecuzione, fino a decidere di accordarle la grazia ed accoglierla come legittima moglie.

All’interno di questa cornice letteraria si susseguono dunque le novelle di mille e una notte, una più fantastica (nel vero senso del termine) dell’altra: al di là dell’elemento magico, il libro riesce a dipingere un quadro fedele di quella che era la società araba, le usanze, l’arte culinaria, la vita a corte, persino la moda, il corteggiamento, l’amore e il sesso. Una struttura che alcuni paragonano a quella del Decameron, anche se qui manca l’ordine e il rigore dell’opera di Boccaccio, sia nella struttura che nei contenuti. Non vi è infatti una netta divisione di argomenti e narratori, ma un’unica narratrice che riesce ad inanellare storie in uno schema a scatole cinesi, sempre più indentate e profonde man mano che le notti si susseguono.

Quanto ai contenuti, dire che Boccaccio è casto in confronto a Le mille e una notte è un eufemismo, e non rende appieno lo stupore di chi, abituato alla versione edulcorata e censurata del testo arabo, ne legge per la prima volta un passo integrale, come quello all’inizio di questo post. Ho cercato dunque in maniera febbrile una versione integrale, per poterlo leggere in tutto lo splendore della traduzione italiana, fino ad approdare all’edizione integrale di Newton e Compton. Grande è stato il mio stupore nello scoprire che questo intero passo mancava, rendendo scialba e vuota una scena che avrebbe dovuto essere piena di passione, vita e amore. Delusione acuita ancora di più dal fatto che la mancanza non è segnalata, il che rende impossibile – a chi non conosce più che approfonditamente questo antico testo - capire dove sono stati fatti dei tagli. Insomma, un testo censurato venduto come integrale, come del resto spesso accade per le edizioni italiane, basate nella stragrande maggioranza dei casi sulla traduzione settecentesca mutilata di Galland.

In sintesi, si tratta di un viaggio, un rapimento in un altro mondo: tralasciando ancora una volta l’aspetto magico, ci si trova comunque immersi in una cultura ricca e affascinante, che vale la pena esplorare nella sua complessa interezza, con personaggi di grande profondità e spessore psicologico, molto più ricchi di certi vacui simulacri di “eroi” letterari contemporanei. A patto che la vostra copia sia davvero una versione integrale.

Maria Petrescu | @sednonsatiata


February 02, 08:27 AM

Ho ricevuto con molto piacere una copia di Se Steve Jobs fosse nato a Napoli di Antonio Menna, da parte dell’editore Sperling&Kupfer: di seguito alcune riflessioni doverose, emerse in seguito a una lettura approfondita del libro. Attenzione: contiene spoiler.

Ci sono libri che informano e libri che fanno riflettere raccontando.

Se Steve Jobs fosse nato a Napoli rientra in entrambe queste categorie, illustrando a colori vivaci l’avventura di due ragazzi dei Quartieri Spagnoli di Napoli - Stefano Lavori e Stefano Vozzini – intenti nella costruzione di un sogno: un computer innovativo, velocissimo, compatto e dal design accattivante.

La storia è presto detta: i due riescono faticosamente ad avviare la propria attività, solo per veder sfumare nel giro di pochi giorni tutte le loro speranze in un roseo avvenire fatto di impresa, profumati guadagni e l’auspicata rivoluzione del mondo dell’informatica. Burocrazia labirintica, forze dell’ordine colluse, competitor invidiosi, mancanza di fondi e per finire un’estenuante lotta contro la criminalità organizzata, che come una indifferente sanguisuga tenta di strappare loro i proventi di tanto duro e poco renumerativo lavoro, spengono in poco tempo qualsiasi velleità imprenditoriale.

Leggendo, si avverte una diffusa sensazione di fastidio, che pervade il libro dalla prima all’ultima pagina: sensazione assimilabile forse a quella provocata dal libro di Giobbe, o da Justine, o le disavventure della virtù, per chi desiderasse un esempio di stampo non religioso. Quel tipo di indignazione che riempie il cuore quando ogni azione, anche intrapresa con le migliori intenzioni, fallisce a causa dei fattori “ambientali”. Gli anglofoni la chiamerebbero probabilmente “helplessness“, l’impotenza rassegnata di fronte a un mondo che non cambia e non può cambiare.

La scrittura evoca anche un certo quale affetto materno nei confronti dei due ingenui quanto sognanti giovani imprenditori, specie quando si nota la velocità con cui riescono ad inanellare decisioni inopportune e comportamenti fuori luogo nelle loro interazioni sociali con i diversi personaggi che hanno la fortuna (o sfortuna) di incontrare sul loro cammino. L’unica qualità che li redime è la loro sostanziale purezza d’animo, nonostante sia la stessa che li spinge in più occasioni a fidarsi delle persone sbagliate e a non agire in maniera accorta nel momento in cui questo si rende necessario.

Non si tratta certo di essere “furbi” o di sostenere un sistema che è palesemente corrotto fin nei suoi meccanismi più reconditi: si tratta semplicemente di non rispondere male quando qualcuno tenta di spiegarti i cavilli legali di una procedura, anche se detti cavilli sono causa di una irrefrenabile frustrazione. Forse perché in fondo il problema è tanto presente quanto impalpabile, ubiquo eppure inafferrabile. Come un insieme di forze estranee e strane che si coalizzano per frenare qualsiasi desiderio di cambiare le cose.

Qualcuno una volta, camminando in un giardino di papaveri, recise con determinazione quelli che svettavano più in alto degli altri, facendo così capire che cosa andasse fatto per poter agevolmente domare la popolazione e conquistare una città: in questo caso le circostanze fanno sì che siano i papaveri stessi a guardarsi bene dall’elevarsi sopra gli altri. Per il quieto vivere. Per non mettersi nei guai. Per non combinare pasticci.

Il tema del coraggio emerge con forza nell’ultima parte del libro, un coraggio ammirato e rispettato, ma allo stesso compatito e fondamentalmente ripudiato, temuto. “Ci vuole coraggio”, ma pochi ce l’hanno, e chi ce l’ha viene rapidamente isolato. Per il quieto vivere. Per non mettersi nei guai. Per non combinare pasticci. Viene da chiedersi cosa succederebbe se tutti lo avessero, se tutti si ribellassero, se omertà e collusione venissero finalmente spazzati via e la giustizia potesse finalmente agire per riportare ordine e coerenza in una città che, nonostante la sua naturale e incontestabile bellezza, oramai ha perso di vista il concetto di normalità. Quella vera.

Ma forse son cose da romanzi. Qui il finale è tanto amaro quanto realistico: non c’è redenzione, non c’è speranza. Dopo la distruzione del loro luogo di lavoro, i due sono costretti a lasciare la città, per la loro stessa sicurezza. Uno di loro raggiunge il padre all’estero, in Inghilterra: “qui è tutta un’altra cosa” dirà più tardi.

E all’estero ci rimarrà. Come tanti altri, persone in carne ed ossa, che in preda alla delusione e con in bocca il cattivo sapore delle ceneri della sconfitta, vanno in paesi dove la burocrazia non è un impedimento ma un facilitatore, dove il lavoro viene retribuito giustamente e dove chi vuole iniziare un’attività non deve pagare la protezione ai capetti di zona.

Insomma, in posti normali.

[Qualche tempo fa abbiamo intervistato l'autore Antonio Menna: ecco qui la sua intervista.]

Maria Petrescu | @sednonsatiata


June 28, 03:30 PM

Date le accese polemiche riguardanti i fatti accaduti in Val di Susa, mi sono sentita in dovere di raccogliere un po’ di materiale che spieghi effettivamente le ragioni per cui i valsusini stanno protestando, e perché qualsiasi persona sensata si renderebbe conto che il TAV non andrebbe fatto.

Ecco qui una raccolta di documenti, video, spiegazioni chiare su quel che realmente il TAV è: una cattiva idea.
E voi, che cosa ne pensate?

[View the story "Le ragioni del NO TAV" on Storify]


May 05, 03:32 PM

Apro e chiudo una piccola parentesi personale. Ci sono libri che scivolano sotto la pelle, libri fondamentali, libri che rimangono in testa per anni.

E poi ci sono libri che fanno pensare, quelli che aiutano a farti riprendere il colloquio interiore, che ridanno forza e vigore alla riflessione.
Ecco, Tecnica del colloquio di Antonio Alberto Semi è uno di questi libri.

Poco più di un centinaio di pagine scorrevoli, ma condite di spezie difficili da digerire.
In fondo, studiare psicologia significa anche leggere ogni cosa alla luce della propria esperienza personale attuale. Il contenuto è filtrato, o meglio, letto alla luce delle tematiche salienti in quel particolare momento.
Più leggo, dunque, più associazioni con discussioni e circostanze recenti faccio. Più procedo con lo studio, maggiore sento la tentazione di analizzare le mie relazioni e i miei rapporti interpersonali.
Ma una dissezione del genere implica pur sempre un cadavere, ed io non sono né pronta né disposta a dare le mie emozioni in pasto alla ragione.
Nemmeno alla mia, figuriamoci quella di qualcun altro.
La verità è che non trovo requie, ma il livello emotivo rimane rigorosamente sganciato da quello cognitivo. Mi rifiuto di rispondere alla domanda “Perché?”, anche se, in realtà, a livello inconscio e preconscio un legame c’è: l’incisività di certi miei interventi – arguti, forse, a livello cognitivo ma aggressivi a livello relazionale – che traggono la loro linfa vitale dalle conversazioni con il mio compagno di vita e avventure, per non parlare dell’eccessiva razionalizzazione che attuo nei confronti di contenuti ed emozioni, ne è la prova incontrovertibile.
Non bisogna dimenticare, tuttavia, che la razionalizzazione è un meccanismo di difesa, ed anche uno dei più tremendi.
La domanda è: difesa da cosa? Dal contenuto? Dalla consapevolezza del contenuto? Dall’effetto che quella consapevolezza potrebbe avere in me?
In realtà non lo voglio sapere.

E’ come se il primo fiume Infernale mi attraversasse dividendomi a metà, separando testa e pancia.
Quel che mi serve è un Caronte caritatevole che mi aiuti a traghettare l’intraghettabile.


May 02, 12:36 PM



“La linea tra bene e male taglia a metà il cuore di ogni essere umano.”

Gli ultimi mesi sono stati gonfi di avvenimenti salienti da molti punti di vista: politico, morale, etico, economico o più semplicemente umano.
Ho avuto modo di ascoltare e farmi un’opinione, almeno per quanto riguarda i fatti di pubblica rilevanza, ma anche e soprattutto di tracciare un inquietante paragone tra ciò che il Professor Zimbardo ha descritto nel suo libro, L’Effetto Lucifero, e quel che ho osservato personalmente attraverso più modalità.

Il concetto di ricerca e i suoi limiti

Molto spesso mi viene chiesto a che cosa serve la ricerca, soprattutto in psicologia sociale. Chi se ne importa, del resto, che un gruppo di persone abbia o non abbia agito in un determinato modo se sottoposto a una certa condizione sperimentale?
Certamente esistono problemi teorici che potrebbero minare alla base la stessa nozione di “conoscenza”. Tutta la ricerca, non solo quella in psicologia, si basa sul metodo induttivo – ovvero un procedimento che partendo da singoli casi particolari cerca di stabilire una legge universale – e non sul metodo deduttivo (o aristotelico), che al contrario procede dall’universale al particolare.
Negare il metodo induttivo significa svuotare di significato il concetto stesso di ricerca.
Naturalmente, in uno studio, per ritenere valido un risultato, bisogna aver eseguito tutte le operazioni inerenti all’esperimento in maniera più che rigorosa, cercando di limitare il più possibile qualsiasi tipo di interferenza che potrebbe alterare l’output.
Mi vengono in mente gli esami di Logica, Epistemologia, Teorie e Tecniche dei Test, Psicologia Sociale, Metodologia delle scienze sociali, Genetica del comportamento e molti altri: per spiegare in maniera esaustiva perché fare ricerca in psicologia non sia uno spreco di tempo e risorse – economiche ed umane – dovrei passare centinaia di ore a fornire al mio interlocutore questa stessa base teorica e pratica.

Ad ogni modo, la critica che potrei sollevare contro il famoso e famigerato Esperimento Carcerario di Stanford si basa appunto su una questione tecnica: la generalizzabilità. Ovvero: io non posso esser certa (anzi, son certa del contrario) che il campione selezionato da Zimbardo fosse rappresentativo della popolazione generale. Innanzitutto erano uomini, studenti universitari (di Stanford ma non solo), di età compresa tra i 18 e i 24 anni: avrei tutte le ragioni per pensare che i risultati non siano generalizzabili a soggetti donne, ad esempio.
Eppure i parallelismi con la realtà e le conferme di numerosi altri studi hanno confermato gli straordinari risultati di Phil Zimbardo.
Quello studio, che sarebbe dovuto durare due settimane, è stato interrotto dopo soli sei giorni. Le condizioni del carcere sperimentale erano diventate intollerabili, tanto da portare alcuni dei finti detenuti, vessati dalle finte guardie, a cadute psicologiche gravi.

Un sottile filo rosso tra lo studio di Stanford e la realtà

Una scena, descritta dal Dottor Z., ha attirato la mia attenzione: durante una delle numerose punizioni che le guardie infliggevano ai detenuti, e che consistevano essenzialmente in esercizi fisici (flessioni), una delle guardie ha appoggiato il piede sulla schiena di un detenuto allo scopo di rendergli il compito più gravoso.
La somiglianza tra questa scena ed altre, documentate da fotografie e racconti, di nazisti che compiono lo stesso sadico gesto nei confronti dei loro prigionieri, è a dir poco impressionante.

Ci viene insegnato, a scuola, che certi errori non dovrebbero esser ripetuti e che “quelle cose” sono accadute perché i tempi, le condizioni e le circostanze erano diversi da quelli attuali.
Ne dubito.
Mi ha sempre stupito l’illusione umana che gli esseri umani di adesso siano veramente diversi da quelli di 2000 anni fa. Ovviamente non parlo di tecnologia o condizioni sociali, ma dell’essenza: un padre di oggi non è diverso, in fondo, da un padre del Medioevo o della Roma antica.

E’ per questa ragione che lo studio di Zimbardo pone in luce delle realtà inquietanti: è possibile che persone “normali” diventino carnefici, persecutori, persino omicidi, se le circostanze sono adeguate.

Ignoranza, indifferenza, negazione

Durante un piccolo esperimento condotto all’interno del mio corso di laurea, che prevedeva dibattito e osservazione, ho fatto notare che trovavo interessante l’adesione di tutti ad argomenti lontani nel tempo: nazismo e fascismo, masse trascinate dal carisma di un leader, e così via.
Ho chiesto, inoltre, perché nessuno avesse fornito esempi recenti, come ad esempio le stragi in Somalia, Ruanda, Jonestown, Darfur, per non parlare degli scandali di Abu Ghraib e Guantánamo.

La replica che ho ricevuto è stata interessante e preoccupante al tempo stesso.
“E’ chiaro che parliamo solo di argomenti lontani, perché su quelli è più facile essere compatti. Su avvenimenti più recenti, invece, siccome sono ancora freschi, non saremmo d’accordo.”

E’ così, a mio avviso, che si creano le basi per conflitti più gravi: ignorare volutamente le opinioni altrui, non informarsi e negare che ci siano questioni irrisolte. Nel momento in cui uno di questi argomenti diventa saliente (come è successo prima della Seconda Guerra Mondiale von la questione ebraica), allora tutte le idiosincrasie, tutti i conflitti sopiti e nascosti, i rancori covati e mai espressi esplodono in maniera incontrollata e incontrollabile.

Informazione, dunque, e dialogo costruttivo, cose che i giovani (in troppi casi) non conoscono da vicino, né saprebbero ottenere e mettere in atto.


November 14, 04:39 PM

Che io conosca oppure no Paola è del tutto irrilevante.

Tutti conosciamo una, due, dieci Paola. La sostanza non cambia. Sono solo le facce e le professioni a cambiare, perché quello del precariato non è un problema solo dell’editoria.

Negli ultimi due giorni si è parlato diffusamente della situazione che ha portato Paola Caruso, una giornalista del Corriere della Sera, a ricorrere allo sciopero della fame. Per far sentire la sua voce, per ribellarsi pubblicamente contro un sistema che è intrinsecamente sbagliato.

Per portare un argomento così importante nella luce dei riflettori, perché – a mio avviso – in Italia sussiste uno strano fenomeno, quello per cui se nessuno si lamenta di un determinato fatto, allora vuol dire che tutto è in regola e che niente debba essere cambiato. Anche se il fatto in questione è moralmente, civilmente, umanamente sbagliato.

Riporto le sue parole, pubblicate sul “Diario di uno sciopero“:

La storia è questa: da 7 anni lavoro per il Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa.

La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni, lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi.

Ho chiesto spiegazioni: “Perché non avete preso me o uno degli altri precari?”. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: “Non sarai mai assunta”.

Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in  modo diverso.

Lei ha trovato il coraggio di dire no, e nelle ultime ore si sono moltiplicati i messaggi di solidarietà, sia sulla pagina fan su FaceBook che nel gruppo dedicatole su Friendfeed.

Ora, discutere sull’esattezza o meno nella resa dei fatti, mettere in dubbio la sua credibilità, negare che i fatti siano avvenuti così come lei li ha descritti, significa prendere una grande occasione e buttarla via. Perché non è di Paola Caruso che si parla, ormai. O meglio, non solo di Paola Caruso. Il suo caso è come quello di tanti altri, in svariati settori.

Bisogna smetterla di piegare la propria volontà a queste regole, semplicemente perché sono sbagliate: dovrebbero tutelare le persone e la loro dignità. Nella realtà dei fatti mettono in secondo piano i diritti dei lavoratori per dare alle aziende la possibilità di “risparmiare”. Oppure, se vogliamo vederla da un altro punto di vista, le aziende trovano il modo di utilizzare le leggi a loro favore, in modo tale da poter “risparmiare”.

L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro, dice la Costituzione. Volere un contratto a tempo indeterminato non è un capriccio, è l’unico perno, l’unica sicurezza su cui cominciare a costruire la propria vita.

E invece ci si ritrova incastrati in contratti a tempo determinato (o come freelance) rinnovati anche per 7 lunghi anni, come nel caso di Paola: incastrati nell’impossibilità di fare alcun progetto a lungo termine.

Obbligando anche a ringraziare, perché rispetto ad altri sei pure stato fortunato.

E’ questo ad essere sbagliato, ed è questo che deve cambiare. Il fatto che fino ad ora nessuno abbia osato alzare la testa per protestare non significa che il sistema possa andare bene così com’è. Ci si lamenta del fatto che i giovani rimangano in casa fino ai trent’anni e oltre, ma quello altro non è che una conseguenza di una situazione su cui bisogna intervenire molto più a monte.

Io sono una laureanda di 21 anni. Se non si fa qualcosa, se non unisco la mia voce a quelle che si stanno sollevando in queste ore, non avrò il coraggio di guardarmi allo specchio quando anch’io finirò là fuori, nel meraviglioso mondo del lavoro.

Perché, alla fine, anche io sono Paola.

Ne hanno parlato:

FNSIIl PostIl Fatto Quotidiano


October 06, 02:06 PM

Sono giorni di intense letture ed approfondimenti interessanti in materia di storia e politica. E’ strano il modo in cui le persone che mi vedono con un volume della Storia d’Italia in mano mi chiedono se lo faccio per piacere o per dovere. Ho provato a rispondere in entrambi i modi, ma lo stupore più genuino si diffonde sul viso di chi sente che lo faccio per mia cultura personale. Quasi sempre la replica è  “Io non lo farei mai“.

Confesso che non manca una profonda amarezza ed una certa preoccupazione per gli avvenimenti delle ultime settimane: è un quadro a tinte fosche, senza se e senza ma.

Forse anche per questo mi ha colpito molto il seguente passo, tratto da La Storia d’Italia – Il Meriggio del Rinascimento di Indro Montanelli, in riferimento a Il Principe di Niccolò Machiavelli:

“Il despota perfetto deve farsi temere dai sudditi, negar loro la libertà e concederne solo le apparenze, perché uno Stato tollerante è destinato a perire. Per tenere a bada il popolo il principe deve «… parere pietoso, fedele, integro, religioso, ed essere; ma stare in modo edificato, con l’animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare al contrario… Debbe adunque avere un principe gran cura che li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle sopra scritte cinque qualità; e sia, a vederlo e udirlo tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto religione… Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare… Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti».”

Si sa, Il Principe è un testo che molti sovrani del passato (tra i quali Carlo V, Enrico III, Enrico IV e Guglielmo d’Orange) tenevano sempre con sé, imparandone a memoria i brani più salienti e consultandolo prima di prendere decisioni importanti.

Sembrerebbe che non fossero gli unici: c’è probabilmente qualcuno che lo tiene sempre sul proprio comodino, ancora oggi, nel 2010.

E fa sempre un certo effetto vedere certe incongruenze, sentire certe affermazioni, e vederle specchiate in qualcosa che è stato scritto 500 anni fa con una lucidità impossibile, a mio avviso, a un giornalista dei giorni nostri.

Ma naturalmente queste sono solo delle riflessioni da poco. Chi potrebbe mai mettere in dubbio la sua galanteria, la sua integrità, il suo rispetto per la Costituzione… per non parlare della famiglia, della sua religiosità, del suo profondo amore per la legalità.

Mi rendo conto che mai come ora le parole di Machiavelli hanno ricalcato le vigorose tracce della realtà: quel che mi stupisce, in tutto questo, è la mancanza dell’accortezza della “volpe” nel celare la propria vera natura. Non ce n’è bisogno.

Gli Italiani stessi hanno smesso di stupirsi; i numerosi scandali che circondano una delle più alte cariche dello Stato non fa che nutrire le bocche affamate di gossip, i discorsi diventano sempre tangenziali rispetto alla gravità dell’argomento centrale. Va bene tutto, “tanto ne ha fatte di peggio”.

Le persone continuano a dimenticare, lasciar correre, preoccuparsi d’altro: perché è troppo noioso parlare di quella che è la realtà attuale nel Paese in cui si vive e in cui vivranno i nostri figli. Troppo complicato descrivere quelle complesse dinamiche  e interazioni che fanno sì che l’Italia sia quel che è. Assuefatti e impreparati, ma ancor prima svogliati e senza alcun interesse per delle vicende che toccano ogni cittadino da vicino.

Andate pure a mettere lo smalto, ora.

Ho finito.


September 04, 06:53 PM

“La prima speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù”

Una citazione degna di un discorso tenuto in piena campagna elettorale, soprattutto in questi tempi bui. La situazione politica attuale è letteralmente sull’orlo di un precipizio. Sul fondo, niente di buono.

Per capire, ad ogni modo, per poter davvero cogliere fino in fondo il significato degli avvenimenti attuali, è indispensabile avere una buona conoscenza della Storia del proprio paese.

Quel che non cessa mai di sorprendermi è la mancanza di coerenza nello svolgimento del programma ministeriale di Storia.

In teoria, secondo il decreto n.682 del 4/11/96 , la suddivisione annuale del programma di Storia dovrebbe essere la seguente:

1° anno: dalla Preistoria ai primi due secoli dell’Impero Romano;
2° anno: dall’età dei Severi alla metà del XIV secolo;
3° anno: dalla crisi socio-economica del XIV secolo alla prima metà del Seicento;
4° anno: dalla seconda metà del Seicento alla fine dell’Ottocento;
5° anno: il Novecento.

Sfortunatamente nella stragrande maggioranza dei casi si riesce ad arrivare soltanto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con qualche accenno alle origini dell’Unione Europea. Viene tagliata fuori tutta la seconda metà del Novecento. Chi ha finito la scuola negli anni ’70 si ricorda di aver fatto tutto il programma fino all’”attualità”.  Sono passati 40 anni, ma a quanto pare i programmi sono rimasti invariati.

Ora, uno studente del liceo compie 18 anni proprio durante l’ultimo anno di Liceo, e proprio quando compie 18 comincia a votare.

E vota in un’Italia che non è quella degli anni ’50, è un’Italia profondamente diversa. E’ l’Italia del dopo “Mani pulite”, la P2,  Craxi, le stragi di Capaci e via d’Amelio… e tante altre, che la maggior parte dei neoelettori ignora.

Le ultime lezioni di storia dovrebbero finire col giornale in mano, non con la CECA.

Non è pensabile che un giovane possa votare in maniera libera e informata se non conosce la storia del proprio paese.

Non è giusto che il voto sia influenzato più dalla “tradizione di famiglia” per quanto riguarda il colore politico, da quel che mamma e papà dicono sia giusto o meno.

E’ compito della scuola, senza ombra di dubbio, garantire informazioni oggettive e libere ai propri studenti, soprattutto riguardo ai fatti storici degli ultimi 50, 60 anni.  Soprattutto in un periodo della formazione tanto importante.

“La prima speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù”

Una frase che vorrei tanto sentire in un discorso tenuto in campagna elettorale. E invece no.

E’ di Erasmo da Rotterdam, XVI secolo.


February 24, 08:17 PM

E’ finalmente rientrato in Gran Bretagna Binyam Mohamed, il detenuto di Guantánamo di cui si parlava un po’ di tempo fa. Era stato arrestato nel 2002  in Pakistan, ventitreenne. Ora ha trent’anni (30!) e cicatrici fisiche e psichiche difficili (se non impossibili) da cancellare.

A voi l’illuminante intervista al suo avvocato, Yvonne Bradley.

Questa, invece, è la dichiarazione rilasciata da Binyam al suo arrivo (traduzione della sottoscritta):

Spero capirete che, dopo tutto quel che ho passato, non sono nè fisicamente nè mentalmente in grado di affrontare i media al momento del mio ritorno in Gran Bretagna. Per favore perdonatemi se rilascio solo una semplice dichiarazione attraverso il mio avvocato. Spero di essere in grado di far meglio nei giorni a venire, quando sarò sulla via del recupero.

Ho vissuto un’esperienza che non ho mai pensato di affrontare, nemmeno nei miei incubi più cupi. Prima di questo strazio, “tortura” era una parola astratta per me. Non avrei mai potuto immaginare che ne sarei stato vittima. E’ ancora difficile per me credere che sono stato rapito, trasportato da un paese all’altro e torturato con metodi medievali – il tutto organizzato dal governo degli Stati Uniti.

Sebbene voglia recuperare e lasciare tutto quanto il più lontano possibile nel passato, so di avere un obbligo verso le persone che sono rimaste ancora in quelle camere di tortura. La mia stessa disperazione è stata maggiore quando pensavo che tutti mi avevano abbandonato. Ho il dovere di assicurarmi che nessun altro sarà dimenticato.

Sono grato del fatto che alla fine non sono stato semplicemente abbandonato al mio destino. Sono grato ai miei avvocati, allo staff di Reprieve e al Lt. Col. Yvonne Bradley, che ha lottato per la mia libertà. Sono grato ai membri del British Foreign Office che mi hanno scritto quando ero a Guantánamo Bay per tenermi su il morale, così come ai membri dei media che hanno cercato di assicurarsi che il mondo sapesse che cosa stava succedendo. So che non sarei a casa in Gran Bretagna ora se non fosse stato per l’aiuto di tutti. A dire il vero, potrei addirittura non esser vivo.

Vorrei poter dire che è tutto finito, ma non è così. Ci sono ancora 241 prigionieri musulmani a Guantánamo. Molti sono stati assolti persino dalle forze armate statunitensi, eppure non possono andare da nessuna parte in quanto subiscono persecuzioni. Per esempio Ahmed bel Bacha viveva qui in Gran Bretagna ed ha disperatamente bisogno di una casa. E poi ci sono migliaia di altri prigionieri trattenuti dagli US in altre parti del mondo, senza accuse e senza poter entrare in contatto con le loro famiglie.

Devo dire, più con tristezza che con rabbia, che molti sono stati complici nei miei orrori negli ultimi sette anni. Per me il momento peggiore è stato quando in Marocco ho realizzato che le persone che mi torturavano ricevevano domande e materiale dall’intelligence britannica. Avevo incontrato membri dell’intelligence britannica in Pakistan. Ero stato aperto con loro. Eppure ho realizzato soltanto in seguito che le stesse persone che speravo mi avrebbero salvato si erano alleate con i miei persecutori.

Non chiedo vendetta, ma solo che la verità sia resa nota, in modo che nessuno in futuro debba sopportare quello che ho sopportato io. Grazie.

Bentornato a casa, Binyam!

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February 22, 08:04 PM

Il 21 febbraio 2009 si è tenuto al Conservatorio di Torino il concerto del gruppo a cappella The Swingle Singers.

La storia del gruppo comincia nel lontano 1962 a Parigi, con Ward Swingle, Anne Germain, Jeanette Baucomont, Jean Cussac e Christiane Legrand. Ora il gruppo è composto da otto elementi: due soprani (Joanna Goldsmith e Sara Brimer), due mezzosoprani (Clare Wheeler e Lucy Bailey), due tenori (Richard Eteson e Christopher Jay) e due bassi (Kevin Fox e Tobias Hug). Il gruppo riscuote anche oggi un grande successo in tutto il mondo sebbene nessuno di questi facesse parte del gruppo originario: dimostrazione della continua ricerca dell’eccellenza che ha caratterizzato il loro percorso musicale fin dai primi anni.
Gli Swingle Singers sono specializzati nell’interpretazione di brani a cappella di vari generi musicali, soprattutto di musica classica. E’ famosa la loro versione dell’Aria sulla quarta corda di Bach, diventata la sigla del programma televisivo Superquark di Piero Angela.

Il concerto del 21 febbraio al Conservatorio di Torino è stato semplicemente un successo. A cominciare dal tutto esaurito e finendo con il secondo bis*, tutta la serata è stata un inno alla perfezione.
Sono stati eseguiti brani di svariati generi musicali, un perfetto esempio della singolare contaminazione tra generi che gli “Swingle Singers” propongono. Da Purcell a Piazzolla, da Bach a Chopin, da Björk a Sting: non solo una scelta di repertorio audace, ma anche una tecnica impeccabile ed una straordinaria pulizia delle voci. Possono sembrare un’orchestra sinfonica, un coro oppure un complesso jazz a seconda del brano interpretato. Il tutto con una levità e precisione fuori dal comune.
Spetta a Hugh Walker, ingegnere del suono del gruppo, garantire la resa acustica in concerto. Non è certamente facile con otto microfoni sul palco, il rientro in cuffia per ognuno, l’amplificazione, i riverberi e le casse a pochi passi di distanza dai cantanti.

Riporto un frammento dell’intervista di Marco Basso a Kevin Fox:
In tanti anni di attività cambiano i cantanti, ma non il senso artistico degli Swingle
“La nostra filosofia non è mai cambiata: usare la voce in modo strumentale e fondere stili differenti di musica per creare qualcosa di nuovo. Questi princìpi ci hanno permesso di avere forza, energia e idee musicali durature, cosicché il gruppo, dopo quarantasei anni di attività. sta ancora andando forte. Naturalmente i tempi, i cantanti, le tecnologie, il repertorio sono cambiati, ma questo è positivo oltre che necessario.”

“Perché avete scelto la forma del canto a cappella?”
“La voce è il più immediato di tutti gli strumenti: fra esecutore e ascoltatore non c’è altro. E’ anche estremamente versatile: non ci sono limiti a quanto si possa fare con la voce. Così amiamo forzarne i confini ed esplorarne le possibilità.”

Non sono mancati, durante la serata, frizzanti interventi da parte dei cantanti, brevi intermezzi in italiano che hanno letteralmente deliziato il pubblico, nonché dimostrazioni delle capacità vocali di Kevin Fox e Tobias Hug.

Gli Swingle Singers non sono solo degli artisti di fama internazionale; sono anche e soprattutto delle persone splendide. Quel che più mi ha colpito (più del concerto, più della tecnica e della loro perfezione vocale) è stato quel Happy Birthday cantato a mezzanotte per telefono ad un amico.
Non posso fare altro che ringraziarli per la loro disponibilità e per la loro bellissima musica.
Di una gentilezza d’altri tempi, pacati e precisi; del resto la musica che fanno richiede appunto questo: una perfetta armonia.

Si ringrazia l’Associazione Stefano Tempia per aver reso possibile questa magnifica serata.
La foto qui sopra mi ritrae insieme al gruppo dopo il concerto.
Più foto sono disponibili qui.

*Il secondo bis è stato “Bella ciao”


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Building strategies on data rather than sensations, basing decisions on facts is one of the main beacons when trying to make sense of a social media environment which is getting more complex by the day.

I have worked as a social media manager and community manager and brought my expertise, very good problem solving skills and creativity into the game, constantly striving for excellence. A natural team player, I believe that the best results can be obtained when people come together and let their best ideas and skills emerge, which also creates a perfect environment for personal and professional growth.

The fields I am most specialized in are Food & Beverages, Fashion & Luxury and Automotive, but I never stop learning and acquiring knowledge and know-how in different fields as well.

One of the main sources of constant inspiration is Intervistato.com, which allows me to have in depth insights from top experts in different fields.

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    "The Birth of Christ" was a complex musical production which culminated with a concert at the Vatican on Easter Sunday in April 2009. It required almost two weeks of preparation and management of the 250 English-speaking choir members, 60 Italian speaking orchestra members, 7 celebrity opera singers (among which Elin Manahan Thomas and Vivica Genaux) and 3 Hollywood stars (Jim Caviezel, Michael York and Louis Gossett Jr.), along with the American director, Andy Miller. The most challenging task was organizing the resources and coordinating the American-Italian production, guaranteeing at the same time a top quality experience for all those involved and filling the cultural and language gaps.
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  • 2003 - 2008
    Liceo Linguistico Europeo "Collegio Bianconi"
    High School Diploma in Foreign Languages

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